Affrontato il momento della separazione dal Padre, ecco Daniele abbandonarsi al lusso di feste che lo frastornano e lo portano a dissipare in poco tempo i suoi beni. "Il vino è finito": con questa espressione viene identificata la fine dell’abbondanza. Ne nascono la disperazione e la solitudine di un uomo consapevole della sua rovina. Il secondo atto si apre con la presa di coscienza di Daniele che, di fronte al suo fallimento, si rassegna a far ritorno dal Padre per implorare perdono ed essere riammesso nella sua casa, magari come un semplice servo. Mentre torna protagonista la spensieratezza della gente di casa, si avvertono due sentimenti contrastanti: la mestizia di Daniele e il rancore di Caleb. Il figlio minore si presenta al Padre affranto e pentito, mentre il fratello - dopo una vita di obbedienza silenziosa - non riesce a comprendere la grandezza della decisione paterna di accogliere al suo fianco il figlio ritrovato. Solo la pazienza e la forza di convinzione del genitore potranno far accettare al primogenito una scelta comunque difficile.
 
   
 
 

Il titolo dell’opera (e non solo quello) si rifà senza troppi segreti dell’omonimo racconto evangelico, sicuramente uno dei più conosciuti in assoluto. Il musical è ambientato idealmente in una vallata dove il ritmo della vita scorre tranquillo, scandito dal susseguirsi delle stagioni e, con esse, dei diversi lavori. La scena iniziale si apre con una finestra sulla quotidianità, dove la serenità dei lavoratori della vallata - tra i quali troviamo il figlio maggiore (nell’opera identificato con il nome di Caleb) - contrasta con l’insoddisfazione del figlio minore (per l’occasione chiamato Daniele), che oppone il suo rifiuto a quella semplice vita e sogna l’effimero della città lontana; quella città dove la gente "ride e si diverte” ed accoglie a braccia aperte i nuovi amici, soprattutto se ben forniti di denaro.

Il brano evangelico ci lascia in sospeso sulla decisione del figlio maggiore (sarà entrato in casa a fare festa con la famiglia?) di modo che ciascuno senta la risposta uscire dal proprio intimo. Nell’opera, invece, l’autore vuole dare un segno più esplicito del ravvedimento con l’aggiunta di un brano che vede uniti il Padre ed entrambi i figli, attorniati dalla gente di casa: si introduce così il messaggio finale che ricorda al pubblico che “si fa più festa in Cielo…”. La musica originale, moderna e classica allo stesso tempo “veste” e dà vita ad un testo chiaro e diretto e sottolinea con proprietà i diversi momenti del racconto. La semplicità dei costumi tende ad ambientare l’opera in un tempo indefinito, giacché la vicenda che si racconta non ha tempo: era così nel racconto di Gesù, così è ancora oggi e certamente manterrà tutto il suo significato nei secoli a venire. Il monito raffigurato non ha tempo: la tentazione è sempre pronta ad aggredire il cuore dell’uomo, ma il figlio che si ravvede troverà sempre accoglienza e perdono nella casa paterna. Siamo sicuramente di fronte ad una lettura piacevole di un brano evangelico: Il Figliol Prodigo è un’opera che non inventa nulla, ma riesce nel difficile compito di raccontare in musica le debolezze dell’uomo ed il grande amore del Padre.
 
 
 
 
     
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